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SAI - Sportello Ascolto Integrato
"Perchè le madri uccidono i figli"
A cura del Dr. Paolo Dattilo
 



"Perchè le madri uccidono i figli"
A cura del Dr. Paolo Dattilo

Coordinatore del Dipartimento di psicologia Giuridica del CSC
Psicologo - Psicoterapeuta -  Gruppo CTU Ordine Psicologi  del Lazio
- Coordinatore del S.A.I. Sportello di ascolto integrato

Recenti fatti di cronaca, non ultimo il tragico episodio di Lecco dove una madre ha ucciso le sue tre figliolette tentando poi il suicidio, hanno riportato l’attenzione sul fenomeno del figlicidio ad opera di madri e riacceso la dibattito intorno alle motivazioni che spesso si celano dietro questi terribili fatti. Ciò che colpisce di più l’opinione pubblica sembra essere che eventi come questo dimostrano che è nell’apparente normalità famigliare che può maturare ed esplodere un simile dramma.

Questo fenomeno nell’ultimo decennio ha evidenziato dinamiche psicologiche sempre più complesse a seguito di una maggiore pervasività degli aspetti psicopatologici.
I dati più stabili dimostrano che esiste una alta correlazione tra infanticide e variabili quali: appartenenza alle classi sociali più disagiate, maltrattamento subito nel periodo infantile e presenza di una condizione di alto regime conflittuale con il proprio partner.
Appare piuttosto interessante il diverso modo di considerare l’omicidio materno da quello commesso dai padri. Alcuni studi hanno permesso di rilevare come per le donne, in caso di omicidio, più spesso venga richiesta perizia psichiatrica rispetto a quanto avviene per gli uomini, come se per esse valesse una maggiore aspettativa di anormalità, in base alla tendenza a pensare “malate” invece che “assassine” le donne che sopprimono i loro figli, all’interno del più ampio luogo comune che vede gli uomini cattivi e normali mentre le donne buone e anormali.
L’idea che alla base degli infanticidi/figlicidi siano presenti in prevalenza condizioni di natura psicopatologica sembra tuttavia funzionale al bisogno di rassicurazione sociale, in ragione dell’attribuzione all’ambito categoriale del morboso di quei comportamenti che appaiono eccessivamente deviati dalla norma e quindi più disturbanti per la società.
Oltre alle tipologie motivazionali e situazionali più conosciute come il cosiddetto “Complesso di Medea” (uccisione della prole da parte della madre come atto rivendicativo rivolto verso il partner ) e la “Sindrome di Munchausen per procura” (le madri inventano o inducono nei figli sintomi e disturbi fino a danneggiarli con accertamenti e interventi continui), il figlicidio materno, mettendo insieme quanto riferito da diversi autori, può trovare luogo all’interno di una serie di profili in cui la patologia informa a gradi sempre più elevati.
Oltre a quelli relativi alle psicopatologie puerperali (in genere di natura depressiva), alcune di queste si determinano:

  • Come atto impulsivo delle madri che di solito maltrattano  i figli; parliamo dell’acting-out impulsivo ad opera di una madre con disturbi di personalità, in genere con scarsa intelligenza e facilmente irritabile, tipicamente come reazione parossistica a pianti o urla del bambino.
  • Come agire omissivo delle madri passive e negligenti nel ruolo materno; sono madri incapaci di affrontare i compiti della maternità relativi ai bisogni materiali e affettivi del figlio.
  • Nei figlicidi per fatalità; qui il concetto di ambivalenza si esprime attraverso un ridimensionamento del ruolo assegnato al destino mediante fantasie figlicide.
  • In quelle  madri che uccidono i figli vissuti come capri espiatori di tutte le loro frustrazioni; queste donne possono identificare nel figlio la causa della propria deformazione corporea, o rammaricarsi di quanto il figlio le vincoli ad un partner che non amano, o quanto le abbia condizionate a vivere in un contesto sgradito.
  • Dalle madri che hanno subito violenza dalla propria genitrice; dove un proficuo rapporto madre-figlio può essere impedito o reso insicuro dalla riattivazioni di conflitti infantili, di sentimenti marcatamente ambivalenti della donna nei confronti della propria genitrice e in cui vi è uno spostamento dell’aggressività dalla “madre cattiva” verso il figlio.



In riferimento al caso citato, che ci offre lo spunto per tracciare solo alcune linee di senso riguardo il fenomeno in questione, sembra più pertinente chiamare in causa un altra dimensione in cui i fattori psicopatologici, spesso forme di grave depressione, sono ampiamente investiti.
In questo caso troviamo quelle madri che desiderano uccidersi e uccidere il figlio (suicidio allargato), che uccidono il figlio perché pensano di salvarlo (figlicidio altruistico), e in ultimo quelle madri che uccidono il figlio per non farlo soffrire (omicidio pietatis causa).
In tale contesto i fattori di destabilizzazione psichica della madre risiedono soprattutto nella frattura relazionale con il partner e nell’incapacità di esprimere verbalmente ciò che sta vivendo. L’opzione omicida può talvolta essere l’unica possibile per soggetti chiusi nel proprio nucleo famigliare e sottratti all’apertura e all’osmosi sociale.
Nel ristretto ambito famigliare, inevitabilmente, ogni criticità si amplifica perché non è disponibile un altro punto di vista, un termine di comparazione che permetta il ridimensionamento delle ansie attraverso la condivisione nella comunicazione. All’interno di menti particolarmente disturbate e sullo sfondo di una apparente quanto inquietante normalità famigliare, il problema affrontato dalla donna appare tanto complesso che la soppressione diretta di esso, a prescindere dalle implicazioni, sembra l’unica soluzione possibile.
Nella versione del progetto omicida-suicida della madre depressa con la sopravvivenza di costei, peraltro piuttosto frequente, lo spunto delirante trova luogo come urgenza di abbandono del mondo crudele; la possessività oblativa materna implica il condurre con sé i figli per non abbandonarli, per evitare loro gli orrori della disperazione.
In tali condizioni è attivo un processo fusionale fra madre e vittima dove risultano persi tutti i confini individuali; al figlio vengono attribuiti i vissuti della madre poiché lui rappresenta una parte di essa e non un entità autonoma. In tale contesto cancellare la sofferenza presente e futura, per sé e per l’ altro “oggetto-sé”, significa attuare il più grande gesto d’amore.
L’amore materno, ancora oggi considerato come istinto, come un dato biologico e naturale che si traduce in un sentimento assoluto, è in realtà un esperienza complessa che si sviluppa tramite l’esercizio nel tempo delle funzioni di contatto, allattamento e cura del neonato secondo i ritmi di una maturazione affettiva  della madre nei confronti del figlio che si fa via via sempre più compiuta.
L’ambivalenza/conflittualità inerente i rapporti tra genitore e figlio, e in un senso più ampio quella tra adulti e bambini, trova la sua più estrema espressione proprio all’interno delle dinamiche connesse all’infanticidio.
La psicoanalisi ha posto in evidenza come ogni madre coltivi un sentimento di natura ambivalente nei confronti del figlio: vale a dire che accanto alla spinta verso l’attaccamento si accompagna anche un rifiuto latente. Alla radice dell’amore ma anche dell’odio materno si trova il conflitto tra rappresentazioni di sé non integrabili.
Seguendo Galimberti (2009), diversamente dall’uomo - ed è perciò, forse, che quest’ultimo mai potrà comprenderLa davvero - la donna è chiamata a risolvere il conflitto che emerge dalla presenza di una doppia soggettività ontologica, ciascuna della quale segue proprie e contrastanti istanze: quella relativa al bisogno di affermare se stessi attraverso la propria individualità, e quella connessa alla capacità generativa e alla conservazione della specie.
Le limitazioni legate alla nascita e alla cura del figlio sono vissute come “sacrificio”, rispetto al tempo da dedicare a se stessa, all’autonomia relazionale e affettiva, alle possibilità lavorative. Inoltre, nella misura in cui il figlio non corrisponde all’immagine desiderata, la madre potrebbe sviluppare la fantasia di annullare l’oggetto del desiderio percepito così diverso dalla realtà.
Dall’insieme di aspetti fin qui presi in considerazione  si mostra con tutta evidenza come il tema del figlicidio rimandi ad una problematica in cui prevale la determinante di carattere sociale, sia sotto il profilo causale che su quello dei possibili interventi. All’interno di un contesto di crisi socio-economica, in un epoca in cui prevale il senso di precarietà (mentre aumentano i casi di separazione), i fattori di vulnerabilità intrapsichica e interpersonale costituiscono terreno fertile per stressor sociali e ambientali capaci di generare sofferenza psichica, ansia e turbamenti in persone sostanzialmente prive di difese e spesso isolate. Solo un opera di sensibilizzazione e prevenzione socio-sanitaria renderebbe possibile l’emersione del disagio, la comprensione della sua complessità e infine l’attivazione dei fattori protettivi, compresi in primo luogo quelli connessi ad una presa in carico di tipo psichiatrico e/o psicoterapeutico.
Dr. Paolo Dattilo

(Tutti i diritti riservati )


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